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Darren Cahill: l’allenatore dei numeri 1

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Nel suo periodo migliore, da giocatore, Darren Cahill è stato numero 22 Atp in singolare e 10 in doppio. Con la semifinale degli Us Open 1988 come momento più alto. Ma è da coach che l’australiano – oggi sulla panchina di Jannik Sinner, insieme a Simone Vagnozzi – è diventato un fuoriclasse. Non si può chiamare in altro modo uno che riesce a portare, sotto la sua guida, quattro giocatori al numero 1 del mondo. Un’impresa compiuta peraltro in epoche profondamente diverse, insieme ad atleti che più lontani non potrebbero essere, tecnicamente e caratterialmente.

L’ascesa di Hewitt

Il primo è stato Lleyton Hewitt (numero 1 per la prima volta il 19 novembre 2001), il connazionale di Cahill che riuscì a inserirsi tra due epoche d’oro: quella di Sampras e Agassi prima, quella di Federer e Nadal dopo. Hewitt ha saputo sfruttare al meglio delle naturali qualità di combattente, ma ha saputo pure trarre il massimo dalla lettura del gioco altrui. Qualcosa che deriva proprio dagli allenamenti con il coach di allora. Nel novembre 2001, Lleyton diventò il più giovane numero 1 della storia, primato poi battuto di recente da Carlos Alcaraz.

L’ affinità con Andre Agassi

Da un prodigio all’altro. La seconda impresa da primato per Cahill si affianca al nome di una leggenda: Andre Agassi. Portato a diventare padrone del circuito Atp ben oltre i 33 anni, nel 2003, quando quell’età non era certo usuale per un numero 1. In seguito sarebbero arrivati i Big 3, a far scendere Agassi dal podio di questa graduatoria, ma l’impresa rimane fuori dalla norma soprattutto per il percorso così complicato del campione di Las Vegas nella fase centrale della sua carriera.

Prima Simona Halep ed ora Jannik Sinner

Infine, ultima prima di Sinner, ecco Simona Halep. Con Cahill capace di dimostrare che un coach di valore può passare con disinvoltura dal circuito maschile a quello femminile, ottenendo ugualmente risultati di prestigio. La rumena arrivò al vertice tra 2017 e 2018, e al tecnico australiano deve molto in termini di costruzione di quel gioco capace di trovare un rimedio a ogni avversaria, su ogni superficie. Ora c’è Jannik, e chissà che non sia proprio lui il capolavoro più prezioso.




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