Serie A
Atalanta, D’Amico alla Gazzetta: ” Koopmeiners e Lookman casi simili, non mi sono mai sentito fuori dal progetto”
Tony D’Amico, direttore sportivo dell’Atalanta, ha parlato ai microfoni della Gazzetta dello Sport rilasciando dichiarazioni importanti in merito al suo passato da calciatore e su alcuni retroscena di mercato.
Che giocatore era Tony D’Amico? “Mezzala di grande corsa, però non facevo gol neanche solo davanti alla porta. E poi rompic…: litigavo con tutti, anche con i compagni”.
Un giocatore in cui si rivede e l’idolo di allora.
“Azzardo: Guendouzi. L’idolo era Leo Junior, e mi piaceva un sacco Paulo Sousa”.
La carriera da calciatore.
“Calcio e vita. Lascio casa anche tardi, a vent’anni, dal Chieti vado alla Cavese. Partiamo dalla D e sfioriamo la B, semifinale playoff persa contro il Foggia. Da mediano divento mezzala con Campilongo: un precursore, 4-3-3 quasi a uomo in fase difensiva”.
Poi il fatal Foggia diventa crocevia della sua carriera.
“Il Foggia sceglie Campilongo, io faccio un casino per andare con lui: un ‘caso Koopmeiners’ di vent’anni fa… Aspettative mostruose, ho il numero 10 anche se non sono un 10, mi battezzano ‘il nuovo Shalimov’. Gioco poco e male, mi fischiano in ventimila. Ma l’anno dopo con Filippo Fusco direttore e Fabio Pecchia allenatore inizia un’altra carriera, il ‘pacco D’Amico’ diventa il capitano, e applaudito”.
Perché smette di giocare?
“Vivevo di motivazioni, mi scelsero perché pensai di essere giocatore da Serie B quando arrivai a Empoli, e invece ci stetti solo sei mesi. Corsi me lo ripete sempre: ‘Bravo dirigente, però quanto eri scarso quando giocavi’. Non era vero, ma se sono stato in Lega Pro per 15 anni e in B soltanto per sei mesi, vuol dire che ero da Lega Pro”.
Quando e come diventa ds?
“Sono a vedere le finali Primavera e ritrovo Fusco, nel frattempo al Bologna. Mi chiede come ho visto Mattia Vitale, giovanili Juventus. Faccio una relazione verbale, me ne chiede un’altra, un’altra, poi cambia domanda: ‘Devo rifare l’area scouting: ci sei?’. Me lo chiede di nuovo quando va a Verona, poi l’upgrade: ‘Tu sei tagliato per fare il ds’. Non ci credevo, inizio a farlo quando lui – stagione 2017-18 – si dimette. Gli dico: ‘Mi dimetto anche io’. ‘No, tu resti’. L’estate dopo Maurizio Setti apprezza un paio di cessioni: ‘Se te la senti, il ds lo fai tu’. Sensazione pazzesca, quando ho telefonato a Federica, mia moglie, mi tremava la voce”.
Davvero è stato vicino al Milan?
“Ho letto troppe cose: di sicuro non mi sono mai sentito, neanche per un giorno, fuori dall’Atalanta”.
Il colpo più importante da ds?
“Quello che verrà. Potrei dire Amrabat preso in prestito e rivenduto a 20 milioni. Ma anche Zaccagni, trovai la chiave per aiutarlo a maturare caratterialmente. In ordine d’importanza non saprei scegliere”.
Il rimpianto?
“Quando ero a Verona, Scamacca: non spinsi abbastanza per prenderlo dal Sassuolo”.
L’aneddoto più divertente?
“Io e Margiotta chiusi in una stanza di un hotel a Milano dalle 12 all’una di notte per strappare Dawidowicz al Palermo, vietando ai suoi agenti di usare i telefoni, senza mangiare. E preso il giocatore ripartiamo, ma buchiamo in tangenziale: bloccati fino alle quattro del mattino”.
Più stressante l’agosto 2024 per affrontare il caso Koopmeiners o il 2025 con Lookman?
“Casi molto simili e non piacevoli da vivere. Devi gestire l’oggi dimenticando che sono ragazzi con cui ieri ha vissuto mille cose. Sei costretto ad andare oltre certe emozioni che hai ancora addosso: è dura”.
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