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ESCLUSIVA – Dal Canto: “Protti eroe ‘byroniano’ di un calcio che non c’è più. Il docufilm? Nasce da quest’idea e ha un obiettivo…”

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Protti

PROTTI – Calcio e romanticismo. Due “binari” che viaggiano parallelamente e che difficilmente si incrociano soprattutto per via dell’imperante “Dio denaro”. Eppure c’è chi, in passato, ha saputo coadiuvare questi due aspetti, risultando eroico agli occhi e nel cuore della gente che lo ha sostenuto e che ha rappresentato. Sta tutta qui l’essenza speciale di uno dei più grandi attaccanti che il calcio italiano abbia mai conosciuto e ammirato: Igor Protti. Rimini, Virescit Bergamo, Messina, Bari, Lazio, Napoli, Reggiana e quel Livorno a cui si è congiunto in due occasioni distinte e di cui ha riscritto la storia con il conseguimento di traguardi prestigiosi.

In ogni tappa della sua carriera l’ex centravanti romagnolo ha lasciato un segno indelebile, creando un legame viscerale con l’ambiente a lui circostante. È proprio su questo senso di attaccamento e di appartenenza che affondano le radici di Igor. L’eroe romantico del calcio. Questo docufilm, che “suona” come un omaggio a Igor Protti, è un’idea tramutata in realtà cinematografica dalla regia di Luca Dal Canto. Presente in quel di Bari per la presentazione della prima del predetto prodotto, ha risposto alle domande che la redazione di Oggi Sport Notizie gli ha posto in ESCLUSIVA. Ecco il contenuto integrale dell’intervista.

Da dove nasce l’idea di fare un docufilm su Igor Protti? Cosa ha rappresentato umanamente e professionalmente per te?

L’idea nasce un annetto e mezzo fa. Io lavoro come regista e aiuto regista. Guardando una serie di documentari su grandi campioni degli anni ’90, mi sono detto ‘ma perché su Igor Protti, che, per me è un mito sportivo, nessuno ha mai pensato di fare qualcosa?’ Con Anita Galvano e Alberto Battocchi abbiamo iniziato a buttarla lì quasi per scherzo e a costruire un progetto che non fosse solo sportivo, ma che raccontasse anche qualcosa di più umano e cinematografico. Da qui è nata l’idea di questa figura dell’eroe romantico che, secondo noi, Igor rappresenta. Al di là di Livorno, Bari, Messina e in tutte le città di provincia in cui lui ha giocato, ha dato il massimo. Ha anteposto la collettività e i tifosi, piuttosto che i successi personali.

Abbiamo proposto questa figura dell’antidivo a Igor, che subito è rimasto entusiasta. Ci ha sempre seguito ovunque, dandoci anche delle informazioni. È stato un progetto costruito insieme a lui quasi. Abbiamo trovato una persona incredibile e disponibilissima, come pensavamo fosse. Molto spesso i miti possono deludere, quando li conosci di persona. Invece, in questo caso, ha rispecchiato quello che pensavamo. È nato un progetto indipendente e piccolo, prodotto dall’associazione culturale Bredenkeik e distribuito da Piano B che ci sta aiutando. Siamo felici del risultato“.

Cosa si propone di fare questo contributo che racconta la storia di Protti? Nelle intenzioni c’è quella volontà di credere e far credere il fatto che un personaggio così romantico, così visceralmente attaccato e così profondamente legato ai valori delle piazze in cui ha giocato possa tornare d’attualità?

C’è la speranza più che la volontà che torni attuale, ma il contesto contemporaneo non lo permette. L’obiettivo principale era quello di raccontare questo calcio che non esiste più con funzione didattica favorevole ai ragazzi. Non so se capiranno, però: sono più pessimista da questo punto di vista. Andremo nelle scuole, ma figure così servirebbero in ogni settore. “Alleggerirsi” un po’ e vivere meglio le emozioni, perché quando vivi le emozioni, le regali anche. Da protagonisti, dobbiamo emozionarci. Se rimaniamo freddi, come sono molti calciatori del giorno d’oggi, probabilmente non si regala niente al pubblico“.

Nel relazionarsi a voi, Protti è rimasto molto colpito da un corto che si chiama “L’ultima figurina” (corto di Luca Dal Canto del 2024, ndr). Qual è l’aspetto che lo ha convinto ad accettare la proposta di un docufilm su di lui?

Quando gli abbiamo proposto questa idea è rimasto disorientato, perché non se lo aspettava. Pensava e diceva: “Ma siete sicuri di fare un documentario su di me? Cosa ho da raccontare?”. Noi, però, lo abbiamo rassicurato. Aveva molto da raccontare. Lui mi conosceva già per il corto “L’ultima figurina” che gli era piaciuto molto, perché, anche in quella circostanza, viene sviscerata l’importanza del calcio da un punto di vista di appartenenza, d’identità e di tradizione. In quel corto l’ultima figurina è Armando Picchi, livornese e altro mito del calcio italiano. Ci abbiamo infilato Protti con una battuta. A lui era piaciuta molto. Aveva stima nei miei confronti e ha accettato subito, quando glielo abbiamo proposto. Si è posto subito in maniera propositiva“.

Questo docufilm associa Igor Protti all’idea di romanticismo ottocentesco, in cui c’è un eroe più impegnato ad affrontare peripezie che a celebrare successi. Credi che sia questa la chiave che permette al pubblico filocalcistico di innamorarsi di personaggi come Igor Protti?

Sì, certo. È una figura che fa innamorare chiunque, non solo i tifosi. Una figura del genere è quella dell’eroe romantico, che affascina da un punto di vista narrativo. Al di là del fatto che questo è un documentario, questo, però, è un personaggio che sogna come fanno i tifosi. Deve superare una serie di peripezie e di ostacoli che, molto spesso, lo fanno anche fallire. La cosa che ci piaceva è che Igor Protti ha anche fallito, soffrendo delle delusioni e dei periodi difficili. Personaggi come lui fanno innamorare le curve, soprattutto quelle di provincia in cui ha giocato.

A differenza delle curve dei grandi club, dove riuscirai probabilmente a raggiungere gli obiettivi, per una squadra di provincia non è certo detto. Quindi, ci vuole un supereroe che lo aiuti a realizzare questi sogni. Poi, magari, può anche non riuscirci, però se ci sono responsabilità e senso d’appartenenza da parte dell’eroe, il tifoso riconosce in lui qualità incredibili. Così è stato anche per Igor. Prendiamo ad esempio il Bari: i galletti erano già retrocessi (Serie A, stagione 1995-1996, ndr), ma lo stadio era quasi pieno per l’ultima partita contro la Juventus: si doveva tifare Igor.

Questa è una cosa che oggigiorno non si vedrebbe più. Il tifoso ha capito che c’era qualcosa che andava oltre il suo successo personale in quel ragazzetto che veniva da Rimini. Si era formato un legame indissolubile con la città: era come se fosse barese. Igor ha dimostrato questo fattore in tutte le città in cui è andato. Infatti abbiamo visto che è ancora ricordato a Napoli e dai tifosi della Lazio a Roma, come se fosse la bandiera di quegli anni. Per lui, vestire la maglia di una squadra era una responsabilità incredibile. Lui ha giocato per sei mesi nella Virescit Bergamo e si è quasi stranito del fatto che non avessimo raccontato bene quell’esperienza. Indipendentemente da dove fosse, lui è come se facesse uno switch e fosse nato in quel posto“.

A che eroe romantico cinematografico o anche letterario lo paragoneresti?

Un eroe byroniano, ribelle e carismatico, passionale…“.

C’è un senso di unione profonda tra Igor Protti e la piazza in cui va a giocare?

Sì sì, e c’è in senso reciproco. Il suo punto fermo è non tradire i propri tifosi, ma anche quelli avversari. Dire di no al Lecce o alla Reggina è stata una dimostrazione di rispetto nei confronti di questi club, perché, in caso contrario, ci sarebbe una “mancanza”. Tale senso di appartenenza non è legato alla città d’origine, ma è legato a valori morali, che lui ha appreso dalla famiglia dal padre e, in particolare, dal padre: la sua figura ha voluto dir molto nella vita di Igor“.

Quanto emerge l’aspetto umano di Protti e di tutte le persone che lo hanno circondato nella sua carriera all’interno del docufilm?

Emergono abbastanza, perché era il nostro obiettivo raccontare anche l’uomo più che il calciatore. Nel docufilm risalta molto l’infanzia a Rimini e il suo legame con il padre, che gli ha insegnato in vari modi il sacrificio e l’impegno che ognuno di noi dovrebbe mettere indipendentemente dall’attività svolta. Il tutto senza venire meno rispetto alle qualità umane, senza tradire o mancare di rispetto a qualcuno. Nel documentario si dà voce alla mamma, alla sorella e ai figli. Volevamo ampliare il racconto al di là del campo, soprattutto per capire come hanno vissuto il mio profilo da calciatore. Rimini è da dove parte tutto“.

Nel docufilm troviamo diverse testimonianze rilevanti, come quella di Giorgio Chiellini. Quest’ultimo ha dichiarato che Igor è stato una sorta di fratello maggiore oltre che un grande calciatore. Pensi che questa sia questa la giusta inquadratura del suo personaggio?

Direi di sì, tant’è che l’abbiamo visto e testimoniato nel documentario. La testimonianza di Chiellini è lampante: lui ha una stima incredibile per Igor. Nel documentario non abbiamo messo tutto, ma ti posso assicurare che c’è chi ci ha raccontato che Protti rappresentava un fratello maggiore. Era una chioccia che aveva modi anche molto duri in allenamento e in campo, ma che ha insegnato tantissimo. Igor era un “rompiscatole”: anche in allenamento, voleva dare sempre quel qualcosa in più per migliorare la collettività. Era uno competitivo: si arrabbiava facilmente, proprio perché voleva trasmettere qualcosa di positivo. Questi insegnamenti, nel caso di Chiellini, sono stati dispensati da Igor anche dopo la parentesi livornese. Quando non erano più compagni di squadra lui e Giorgio (Chiellini, ndr) sono rimasti in contatto, perché gli chiedeva consigli.

Questo rapporto umano che lui creava soprattutto coi giocatori più giovani lo si evince dal racconto di tutti gli altri. Da Tovalieri e Signori a Lucarelli, che ha subito il passaggio del testimone di questa responsabilità enorme: giocare nel Livorno da livornese necessita di coraggio. Infatti, nel documentario, dice di essersi sentito un po’ perso inizialmente. Doveva continuare da solo, perché non c’era più Protti che lo aiutava. Nonostante ciò, ci è riuscito: con Cristiano (Lucarelli, ndr) il Livorno arriverà addirittura in Coppa Uefa. In ogni caso, nella realizzazione del docufilm abbiamo scelto soprattutto voci di ex compagni d’attacco. Tra coppe d’attacco ci potrebbero essere un po’ di attriti. Con Igor, invece, c’è stato sempre del feeling in campo con i calciatori sopracitati e ci sono anche dei rapporti umani rimasti intatti nel tempo. Questo era anche un altro modo di far calcio, contrassegnato da più umiltà, gentilezza e pacatezza“.

Sei livornese e, in quanto tale, sei stato testimone oculare di una delle più grandi imprese sportive del Livorno avvenuta nella seconda esperienza amaranto di Protti: il ritorno in Serie A dopo 54 anni attraverso un doppio salto dalla Serie C. È in questo miracolo sportivo che ritroviamo l’essenza dell’eroe romantico?

Per me è il compimento dell’eroe questa fase della sua carriera che lo ha visto tornare a Livorno nel 1999. Aveva richieste sia dall’estero, dalla Serie A che dalla Serie B italiana con contratti miliardari. Lui, però, rinuncia. Nel 1986, durante la sua prima esperienza a Livorno, lui, non di Livorno, va via e dice che prima o poi sarebbe tornato per realizzare questo sogno dei tifosi di tornare in Serie A. Se non è romanticismo questo…

Decide di tornare a Livorno e compie un’impresa che nessun’altro aveva mai compiuto prima: dapprima riesce a riportarlo in Serie B con mille difficoltà. Nonostante le difficoltà ogni volta decide di riprovarci. Igor è molto testardo e alla fine ci riesce grazie anche all’aiuto di un allenatore come Mazzarri, di un compagno di squadra come Lucarelli e di un presidente come Spinelli. Questa tappa ha rappresentato il trionfo dell’eroe che poi lascia. Lui voleva già abbandonare prima (al termine della stagione 2002/2003, ndr). Poi viene convinto a restare. Non ci sarà più un giocatore. Oggi giorno mancano quelle bandiere che decidono di prendere in mano una squadra e una città per fare qualcosa di vero“.

Perché è così difficile trovare una figura così unica e rara come Igor Protti nel calcio di oggi?

Perché, col tempo, i sentimenti umani sono stati inariditi. Tutto è diventato molto facile da vivere. Si pensa al successo, si pensa alla capacità di reperire immagini e di vedere partite in qualsiasi modo. Non c’è più quel fascino della corsa al biglietto: ricordo file interminabili, perché era difficile comprare il biglietto. Adesso, invece, si può reperire in un secondo. Vedere i goal dopo la partita è un altro aspetto totalmente mutato nella sua concezione. Se non andavo allo stadio, prima di rivedere tutti i goal aspettavo mezzanotte almeno negli anni ’90. Ora, invece, trenta secondi dopo il fischio finale posso rivedere l’azione.

Questa immediatezza la riscontriamo in ogni settore della vita, non solo nel calcio. Gli ambiti artistici e umanistici sono quelli maggiormente più colpiti da tale processo di mutazione. Tutto è diventato molto più semplice e privo di emozioni: c’è una saturazione di immagini, di notizie e di materiali. Le potenzialità di ricreare delle figure di riferimento ci sarebbero, perché io vedo anche ragazzini delle scuole calcio che sognano ancora in tenera età. Poi quando crescono e capiscono che c’è il concetto del “calciatore divo” perdono quell’innocenza che si ha da piccoli. È difficilissimo che oggi vengano fuori bandiere come Igor, come Vialli, come Maldini, come Bergomi, come Totti“.

Questo docufilm può essere una sorta di trampolino per continuare a raccontare altre storie romantiche, viscerali e passionali legate al mondo del calcio?

Un progetto vero e proprio non c’è, però ci sarebbero tantissime storie da raccontare. In ogni caso, ci proveremo. Con Alberto Battocchi stiamo vagliando diversi personaggi su cui focalizzare la nostra attenzione. Ci vuole un personaggio come Igor. Un personaggio che abbia una caratterizzazione forte dei sentimenti e di propositi“.




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