Mondiali
Giappone: c’è vita oltre Holly e Benji
Il movimento calcistico giapponese non gode ancora dell’attenzione che meriterebbe. Una federazione all’avanguardia, ancora vittima di stereotipi antiquati
Murakami Haruki è un genio. La sua scrittura trascendentale e allegorica ha stregato l’Occidente. Non è un caso se in Europa e negli Stati Uniti il romanzo asiatico venga subito associato con lo scrittore nativo di Kyoto. In Giappone, però, la storia è ben diversa.
Un Giappone Stereotipato
Murakami Haruki è controverso. È stato più volte accusato dai suoi detrattori di esportare un’immagine troppo occidentalizzata del Giappone. Nei suoi libri, infatti, sono più frequenti i richiami alla musica classica europea o al Jazz a stelle e strisce, piuttosto che agli haiku o ai tanka.
In effetti, in occidente si ha un’immagine del Giappone alquanto stereotipata, per utilizzare un eufemismo. E i media italiani non si esimono dal propagare una visione distorta del paese. Fenomeno ancor più evidente se declinato al movimento calcistico nipponico, caratterizzato esclusivamente da richiami ad anime e manga: dal classico Holly e Benji – ignorando il suo nome reale: Capitan Tsubasa – al più recente Blue Lock.
E non ci si discosta mai da questi due. Nonostante Arrivano i Superboys (Akakichi no Irebun) abbia svolto la funzione di padre spirituale degli anime calcistici, e possa introdurre una nota di freschezza alla narrazione stereotipata del calcio giapponese. Ma è davvero impossibile discostarsi dall’immagine di un movimento così stereotipato? Di un Giappone relegato a una mera dimensione pop? Di una nazionale confinata nella sezione “Underdog” del calcio mondiale?
Underdog: un’etichetta che stride
Il calcio giapponese è ormai una componente strutturale del calcio globale. Dall’esordio al mondiale francese del 1998, il Giappone ha inanellato una serie di otto partecipazioni consecutive. Per quattro volte ha superato la fase a gironi, le ultime due di fila, fermandosi agli ottavi. In Qatar ha vinto un girone infernale con Spagna e Germania, mentre quest’anno, ha concluso al secondo posto di un gruppo ricco di insidie.
Le ragazze della Nadeshiko sono persino riuscite a superare i Samurai Blu. Dall’inaugurazione del mondiale femminile nel 1991, la nazionale giapponese non ha mai mancato la qualificazione. Il torneo è anche diventato il palcoscenico per la più grande gioia calcistica del paese: la vittoria mondiale del 2011. Proprio nel momento più buio del Giappone post-bellico. In un paese devastato dal terremoto e dal conseguente Tsunami, che ha provocato il più grande disastro nucleare dai tempi di Chernobyl.
Attualmente il Giappone occupa la sedicesima posizione del ranking mondiale. Appena un posto sotto all’Italia, che però i mondiali non li vede da dodici anni. Ma se i Samurai Blu devono convivere con quest’aura di eterna rivelazione, perché chi non supera i gironi dal 2006 dovrebbe ancora ricoprire un ruolo apicale nel calcio attuale?
Japan’s Way: una rivoluzione dalle fondamenta
La crescita del movimento calcistico giapponese non è casuale. Si tratta di un processo complesso ideato da una federazione lungimirante. Una visione chiara, con obiettivi concreti e sogni da realizzare nel breve, medio e lungo termine.
La “Japan’s Way” è un programma mirato a far diventare il Giappone lo “stato più felice al mondo attraverso il calcio“. Una vera e propria filosofia ufficiale dello sport giapponese, una visione condivisa da tutti i protagonisti coinvolti: dalle giovanili, fino alla nazionale maggiore. Un progetto unico e innovativo. Con lo scopo di realizzare l’obiettivo della JFA nel 2005: “raggiungere una famiglia calcistica di dieci milioni di individui entro, ospitare un mondiale e vincerlo entro il 2050“.
Un programma che fonda le sue radici sull’analisi dei punti di forza dei principali campionati mondiali e di come essi potessero venire integrati nelle competizioni locali. Per migliorare il calcio giapponese, il comitato tecnico delle JFA ha individuato un processo a quattro fattori. Dalla nazionale, al calcio di base, passando per lo sviluppo dei giovani e la formazione degli allenatori.
Il punto di partenza è stata la creazione di un’identità calcistica coerente. Un’ideale condiviso da tutti, che passa attraverso il lavoro, lo studio – anche scolastico – e la valorizzazione delle giovanili e del dilettantismo. Come nel caso delle competizioni liceali e universitarie, che in Giappone sono diventati eventi totalizzanti. È proprio da questi tornei che è nata l’attuale nazionale. In un paese in cui l’All Japan High School Tournament – la più antica competizione di calcio liceale giapponese – viene trasmessa integralmente dall’ NTV e la cui finale, nel gennaio 2026, ha superato i 60.000 spettatori paganti al Japan National Stadium.
Un Giappone lungimirante
Capitan Tsubasa, Blue Lock e compagnia hanno ben poco a che fare con la trasformazione del Giappone ad avanguardia del calcio mondiale. Merito di una federazione che ha percepito il bisogno di cambiamenti radicali per rimanere al passo dei principali campionati europei. Un movimento calcistico coeso, che ha avuto il coraggio di rischiare e di rinnovarsi.
E se alcune nazioni pensassero meno a ridere delle eliminazioni altrui, smettessero di incentivare la proliferazione di stereotipi miopi magari anche il calcio ne gioverebbe. Se alcune federazioni pensassero di più a come rivoluzionare il calcio locale dalle fondamenta e favorissero una rivoluzione culturale e linguistica nello sport, magari non rimarrebbero escluse da tre mondiali di fila. Troppi forse, troppi condizionali. Ma quando la realtà è crudele, vivere nell’idillio di un “Italian Way” è di sicuro il minore dei mali.
SEGUICI ANCHE SU: Instagram @oggisport | X OggiSportNotiz2 | Facebook @oggisportnotizie | Telegram OggiSportNotizie | Youtube @oggisportnotizie | Twitch OggiSportNotizie | Bluesky @oggisportnotizie.bsky.social | Threads @oggisport




