Canottaggio
Giuseppe Abbagnale ripercorre la storia del canottaggio italiano: “Allenarsi in mare è stato complicato, peccato per non aver conquistato il terzo successo olimpico”
Giuseppe Abbagnale ha scritto la storia del canottaggio italiano e non solo. Gli ori conquistati con il fratello Carmine e Giuseppe Di Capua alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e di Seul 1988 e i sette titoli mondiali ottenuti nel “due con” sono soltanto una piccola parte dell’ampiezza di un fuoriclasse che ha dimostrato la propria classe anche fuori dal campo di gara. Qualità che si sono viste anche nei tre mandati come presidente federale e che gli hanno permesso di rimanere nel cuore dei tifosi italiani a distanza di molti anni come raccontato in un’intervista a Il Pertini Radio.
Ha mai sentito la pressione di essere una leggenda dello sport italiano?
La pressione non l’ho mai sentita davvero e oggi ancora meno, perché il tempo diluisce un po’ tutto. Riesco a farmi scivolare addosso tante situazioni. Certo, fa sempre piacere essere riconosciuto e sapere che tante persone ci ricordano con affetto. Le pressioni vere arrivavano durante il periodo agonistico, quando tutti si aspettavano che continuassi a vincere sempre. Nell’immaginario del tifoso, quando un atleta abitua alla vittoria, ci si aspetta che vinca in maniera continua. Ma non è sempre possibile: ci sono gli avversari, il tempo che passa e l’età che avanza. A un certo punto bisogna continuamente rimettersi in discussione e riconfermarsi.
Quanto lavoro c’è dietro una vittoria olimpica?
Il lavoro è tantissimo, ma ancora più importante è la motivazione. Dico sempre ai miei atleti che in gara si va solo a raccogliere le medaglie: la vera medaglia si costruisce in allenamento. Bisogna impegnarsi al massimo ogni giorno, alzare continuamente il livello e non lasciare nulla al caso. Per preparare eventi come Mondiali e Olimpiadi serve curare ogni dettaglio: alimentazione, allenamento, materiali, preparazione fisica e mentale. Tutto contribuisce al grande risultato finale.
Vivendo vicino al Mar Tirreno, vi allenavate in mare o in qualche bacino lacustre?
Mi sono sempre allenato in mare, tra Castellammare e Sorrento. Non era certo il luogo ideale, perché il mare raramente è calmo, ma abbiamo trasformato questa difficoltà in un punto di forza. Per questo spesso ci allenavamo molto presto la mattina. Il secondo allenamento era invece in palestra, con vogatori, corsa, pesi e preparazione atletica completa.
Com’è nata la passione per il canottaggio a livello famigliare?
La nostra passione nasce dallo zio Giuseppe La Mura, ex canottiere e poi allenatore del Circolo Nautico Stabia. Fu lui a coinvolgere prima me, poi Carmine e infine Agostino. Ha aperto la strada e noi abbiamo seguito il suo esempio. Per quanto riguarda mio figlio Vincenzo, non l’ho mai spinto verso il canottaggio. È stata una scelta sua. Da ragazzo ha praticato anche altri sport, poi ha scelto il canottaggio ed è riuscito a ottenere grandi risultati: un titolo mondiale, due mondiali Under 23 e due partecipazioni olimpiche, a Tokyo e Parigi.
Lei ha vinto due Olimpiadi, a Los Angeles 1984 e a Seoul 1988. Qual è stata la differenza tra il primo e secondo successo?
La mia prima esperienza olimpica fu a Mosca 1980, ma non gareggiavo ancora con mio fratello. Con lui iniziai a gareggiare nel 1981. La vittoria di Los Angeles 1984 è stata bellissima, perché l’oro olimpico rappresenta il massimo per qualsiasi atleta. Però quella fu un’Olimpiade segnata dal boicottaggio del blocco dell’Est. Per questo dico sempre che il nostro vero oro lo vincemmo un mese e mezzo prima a Lucerna, dove c’erano tutte le nazioni più forti. Vincere lì significava dimostrare il nostro reale valore. Ripetersi a Seoul 1988, dopo quattro anni, è stato ancora più difficile. Quella vittoria ebbe un sapore speciale perché anche mio fratello Agostino vinse l’oro. Tornammo a casa tutti e tre con una medaglia d’oro: fu una vittoria della famiglia Abbagnale e del canottaggio italiano.
Com’è stato essere portabandiera dell’Italia alle Olimpiadi di Barcellona 1992?
È stato un traguardo straordinario. Entrare nello stadio olimpico con la bandiera italiana e guidare tutta la delegazione azzurra è qualcosa di unico. Proprio per questo sentivo ancora di più il desiderio di vincere l’oro. Non arrivò l’oro, ma un argento, che resta comunque una grande medaglia. In quell’occasione la pressione era davvero tanta, sia per l’importanza delle Olimpiadi sia per il ruolo di portabandiera e capitano della squadra italiana.
Qual è il ricordo di Gianpiero Galeazzi?
Giampiero Galeazzi era non solo un grande appassionato di canottaggio, ma anche un enorme competente di sport. La sua carriera parla da sola. Tra lui e i fratelli Abbagnale si era creato un legame speciale. Ancora oggi la sua voce viene associata alle nostre imprese e questo mi emoziona molto. Abbiamo perso non solo un grande giornalista, ma una figura straordinaria per tutto lo sport italiano e per il canottaggio in particolare.
Lei è stato anche presidente della Federazione Italiana Canottaggio dal 2012 al 2024. Quanto è cambiato il canottaggio rispetto ai suoi tempi?
Più che la preparazione, sono cambiati soprattutto i materiali. Io ho iniziato con barche in legno e pale molto diverse da quelle di oggi. Adesso le barche sono in carbonio, costruite sulla struttura dell’atleta, e tutto è più evoluto e performante. Questo ha abbassato i tempi di gara, ma dal punto di vista tecnico e dell’allenamento non vedo rivoluzioni enormi. La differenza maggiore è che oggi esiste praticamente un’unica tecnica di voga a livello mondiale, molto simile a quella che avevamo introdotto noi negli anni Ottanta.
I risultati del canottaggio italiano durante i suoi mandati l’hanno soddisfatta?
Assolutamente sì. Durante i miei tre mandati olimpici abbiamo costruito un gruppo giovane e competitivo. A Rio arrivarono due quarti posti e due bronzi. A Tokyo conquistammo un oro, due bronzi e un quinto posto. A Parigi sono arrivati due argenti, un bronzo paralimpico, un quarto posto e un sesto posto nell’otto. Inoltre, a Parigi l’Italia ha ottenuto il maggior numero di qualificazioni della sua storia. È un risultato importante e spero che questo trend continui.
A fine luglio ci saranno gli Europei sul Lago di Varese. Cosa dobbiamo aspettarci dalla Nazionale italiana?
L’anno post olimpico non è stato particolarmente brillante, quindi sono curioso anch’io di vedere questo primo grande appuntamento continentale. C’è un nuovo presidente, un nuovo consiglio federale e una nuova direzione tecnica. Sarà interessante capire quale direzione prenderà il canottaggio italiano in questo nuovo ciclo.
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