Tennis
Viva l’Italia, l’Italia del tennis
Oggi è 2 giugno, festa della Repubblica italiana. È doveroso quindi citare il primo articolo della nostra costituzione, secondo cui siamo una Repubblica democratica, fondata sul tennis. Ah non faceva così? Pazienza, perché ci è stato dimostrato il contrario.
Viva l’Italia colpita al cuore, viva l’Italia che non muore. Francesco De Gregori ha scelto la rima baciata più bella, quella che racchiude un popolo unito, tanto ostico quanto unico nel suo genere. Prendiamo un torneo, il Roland Garros, e un campione di 3 persone: due sono amici di vecchia data, vicini di casa e compagni di vita; l’altro è nato nella città della musica, ma che di nazional popolare come Sanremo ha ben poco. Questi ragazzi sono accomunati da una passione, di quelle che non tutti possono capire, perché nel mondo della velocità e dell’istantaneo, guardare una pallina fare destra e sinistra per ore risulta noioso.
Matteo, Matteo e Flavio: l’ombra di Jannik
Il tennis è per tutti e 3, a modo loro, una ragione di vita. È uno stile che li accompagna in campo e fuori, nei risultati e nelle loro giornate “normali”. Perché per Flavio, Matteo e ancora Matteo, questo sport è un lavoro, è il motivo per cui si svegliano la mattina con il buon umore. Eppure, l’ultimo periodo è difficile per i due ragazzi che curiosamente hanno lo stesso nome. Non si può dire lo stesso per Flavio, nel suo momento migliore, ma che viene sminuito solo perché ce n’è un altro che rende l’impossibile quasi obbligatorio.
Lui invece si chiama Jannik, che per fortuna è umano come tutti gli altri, e quando cade, non c’è nessuno a tendergli la mano. Anzi, ci sono solo persone che da dietro hanno fatto di tutto per mettergli lo sgambetto. L’assenza del più forte sembra essere il punto di non ritorno per l’Italia degli scettici, degli occasionali, degli incompetenti. Poi però, c’è anche l’Italia degli occhi asciutti, nella notte scura, che scorge fari azzurri nel buio degli Champs-Élysées di Parigi. È quel campione là, quello che non ha nulla di diverso dagli altri, semplice nella sua specialità, banale nella sua imprevedibilità.
Il Roland Garros è il riscatto di 3 ragazzi “comuni”
E allora Flavio, etichettato come non abbastanza dai più, diventa il primo beniamino, questa volta di tutta la penisola. Perché noi nella lotta ci stiamo benissimo, quasi quanto i due Matteo, monumenti viventi del significato di rivincita. “Io sono bravo a fare questa roba qua” dice uno dei due, “sono felice di aver giocato 5 ore senza dolori al piede” confessa l’altro, perché non è la vittoria ad emozionare, ma la storia che c’è dietro. Infortuni, difficoltà psicologiche, pressioni da gestire, tutti fenomeni che solo i fenomeni possono gestire e sconfiggere. Il successo più bello è proprio questo, vedere 3 ragazzi italiani, educati, semplici e solari, rendere la poltrona una palla di fuoco, la pallina un tutt’uno con gli occhi, incollati alla televisione.
Il Roland Garros ci insegna tanto, tutto, di come nulla è lasciato al caso. I risultati sono solo il frutto di un lavoro vero, di quelli che quando pensi sia inutile, ti ripaga di tutti gli sforzi. Chi l’ha detto che devono essere tutti numeri 1, perfetti e ineccepibili? Si può essere anche come Cobolli, Berrettini e Arnaldi, il nostro campione di riferimento. Anzi, i nostri campioni di riferimento.
Viva l’Italia, l’Italia dei Matteo e di Flavio, l’Italia che sogna.
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