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Adam Silver difende il salary cap NBA: “Il second apron sta funzionando”

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Adam Silver respinge le richieste della NBPA sul second apron: il commissioner difende il salary cap e rinvia ogni modifica al prossimo CBA.

Adam Silver ha respinto l’ipotesi di una revisione immediata del second apron, il meccanismo del salary cap NBA che limita in modo severo le squadre con i monte salari più alti. Il Commissioner della lega ne ha parlato martedì a Las Vegas, dopo la riunione del Board of Governors durante la Summer League, rispondendo alle critiche arrivate dal sindacato giocatori. Al centro della discussione c’è l’impatto delle nuove regole sulla costruzione dei roster, con i temi sempre caldi dei massimi salariali e delle trade forzate.

Cos’è il second apron NBA e perché fa discutere

Il second apron è una soglia salariale introdotta con il contratto collettivo del 2023. Per la stagione in corso si colloca intorno ai 222 milioni di dollari e, una volta superata, fa scattare restrizioni molto pesanti con meno eccezioni utilizzabili per i free agents (sia propri che di altre squadre) e minore flessibilità in fase di trade.

L’obiettivo della NBA è contenere la possibilità che le franchigie con maggiori risorse economiche possano fagocitare il mercato e costruire roster troppo costosi, difficili da avvicinare per il resto della lega. Secondo Silver, il sistema serve a rendere più aperta la competizione e a ridurre la distanza tra grandi e piccoli mercati.

La risposta di Adam Silver sul second apron

Alle richieste di modifica avanzate dalla NBPA, Silver ha risposto – come suo solito – nella maniera più diplomatica possibile. Il Commissioner ha ricordato che l’attuale contratto collettivo è il risultato di mesi di negoziati tra lega e sindacato e ha escluso, almeno per ora, una riapertura del tavolo sul singolo tema del second apron.

“Il ritocco di una parte può essere la revisione dell’intero sistema per un’altra”, ha detto Silver, spiegando che ogni CBA nasce da una serie di compromessi. Il Commissioner ha poi rivendicato i risultati prodotti dal nuovo impianto salariale, sostenendo l’equilibrio competitivo della NBA è cresciuto (d’altronde sono otto anni che abbiamo otto vincitori diversi alle Finalas).

La posizione del sindacato giocatori

La NBPA, guidata dal nuovo direttore esecutivo David Kelly, vede invece il problema da un’altra prospettiva. Kelly ha definito il second apron un meccanismo da correggere, perché a suo avviso sta costringendo le squadre a scelte che non dipendono solo dal campo.

Tra gli esempi citati c’è il caso dei Boston Celtics, costretti a smontare parte del nucleo campione NBA 2024 con la trade di Jaylen Brown ai Philadelphia 76ers. Kelly ha richiamato anche la situazione di Victor Wembanyama, che ha accettato un’estensione al massimo (25% totale del cap) rinunciando alla possibilità di firmare un supermax più ricco (30% del cap), così da lasciare maggiore margine operativo ai San Antonio Spurs.

Per il sindacato, un sistema che spinge un giocatore a rinunciare a decine di milioni per aiutare la propria franchigia a restare competitiva scarica una parte eccessiva del peso sui giocatori.

Cosa può cambiare ora

Una delle ipotesi discusse riguarda i giocatori cresciuti nella franchigia: il sindacato vorrebbe che chi ha i requisiti per il supermax possa pesare a bilancio come un normale contratto al massimo, lasciando alle squadre più margine per trattenere i propri talenti.

Silver, però, ha rinviato ogni discussione al prossimo contratto collettivo. L’attuale accordo può essere ridiscusso solo più avanti e il Commissioner non sembra intenzionato ad anticipare i tempi.




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