Scherma
Andrea Santarelli è pronto a guidare la spada italiana: “A Rio de Janeiro 2016 ho chiuso un cerchio con l’argento. Ora siamo consapevoli di poter puntare all’oro mondiale”
Andrea Santarelli è ormai una colonna portante della Nazionale Italiana di spada nella scherma. Il 33enne di Foligno ha conquistato un argento alle Olimpiadi Estive di Rio de Janeiro 2016 nella gara a squadre a cui si è aggiunto l’oro mondiale a Milano nel 2023.
Una serie di successi a cui si è aggiunto nelle ultime settimane quello agli Europei confermando come la formazione tricolore sia una di quelle da battere. Il portacolori delle Fiamme Oro è pronto a confermarlo ai Mondiali in programma a Hong Kong dopo aver mancato il podio ai Giochi di Parigi 2024.
Com’è nata la sua passione per la scherma?
La mia passione è nata grazie a mio cugino Giacomo. Quando ero piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, vidi delle spade che aveva riposto nel portabagagli. Mi incuriosirono tantissimo e da lì ho iniziato a praticare scherma.
Prima della scherma ha praticato altri sport?
Ho fatto un po’ di pattinaggio e un giorno di calcio. Forse avrò provato anche qualcos’altro, ma sinceramente non lo ricordo.
Solo un giorno di calcio. Aveva già le idee chiare?
Sì, non avevo una grande passione per il calcio. I miei volevano farmelo provare, così partecipai a una giornata di prova, ma capii subito che non ero portato per uno sport di squadra. Ero piccolo, certo, però questa era già la mia sensazione.
Lei ha iniziato a Foligno. Ci sono difficoltà particolari nel praticare scherma in un centro più piccolo rispetto alle grandi città?
In realtà, in quel periodo avevamo un grandissimo maestro, Carlo Carnevali, che poco dopo sarebbe diventato commissario tecnico della Nazionale di spada. Quindi il problema non era la qualità dell’insegnamento. La vera differenza è nel numero di atleti: in una città come Milano ci sono molti più praticanti e questo permette di allenarsi con maggiore continuità e varietà. In Sicilia, ad esempio, escono tantissimi campioni, ma non ci sono numeri così elevati. La differenza vera la fanno i grandi poli come Milano e Roma. Ora vivo a Milano dal 2017, subito dopo le Olimpiadi di Rio. Prima mi sono allenato con Candiani, mentre ora i miei maestri sono Garozzo e Palonieri. Qui c’è un polo molto importante: ci alleniamo con tanti atleti di alto livello, tra cui Davide Di Veroli, Gianpaolo Buzzacchino e diversi giovani emergenti, oltre ad alcuni schermidori stranieri. Si lavora davvero molto bene.
Ha citato le Olimpiadi di Rio 2016, dove ha conquistato l’argento a squadre. Che esperienza è stata?
È stata un’esperienza particolare perché ricoprivo il ruolo di quarto atleta, cioè l’unico del quartetto che non disputava la gara individuale ma soltanto quella a squadre. È un ruolo speciale, anche perché contribuisci a tenere unito il gruppo. All’inizio vivi da tifoso le gare individuali dei compagni, mentre loro scaricano già parte della tensione. Tu, invece, accumuli tutta l’adrenalina in vista della gara a squadre. Quell’argento olimpico resta un’emozione immensa. Inoltre avevo il sogno di dedicare quella medaglia a Carlo Carnevali, il mio primo maestro, scomparso nel 2008: per me è stato come chiudere un cerchio.
Il quarto atleta spesso entra in pedana durante la gara. Quanto è difficile?
Il quarto entra quasi sempre quando la situazione è complicata. Nel mio caso eravamo sotto di nove o dieci stoccate, quindi la gara era già molto difficile. In una finale olimpica, però, dai semplicemente tutto quello che hai. La situazione più complicata, in realtà, è entrare a freddo con il punteggio in equilibrio contro un avversario che ha già diversi assalti nelle gambe. Era comunque una situazione per la quale mi ero preparato: era il mio compito e l’avevamo programmato insieme al team. Senza quel contributo, la squadra non conquista la medaglia.
Quanto è cambiata la sua carriera dopo quell’argento olimpico?
Il vero punto di svolta non è stato il 2016, ma il 2017, quando ho deciso di trasferirmi a Milano. L’argento di Rio è arrivato grazie al talento e all’ambizione. Tutto quello che è successo dopo è nato dalla volontà di costruire il mio futuro. È la differenza tra avere talento e riuscire davvero a valorizzarlo. Le medaglie arrivate negli anni successivi sono il frutto dell’utilizzo corretto di quel talento.
Tra queste c’è anche l’oro mondiale conquistato a Milano davanti al pubblico di casa. Che emozione è stata?
Il pubblico, per quanto mi riguarda, è stato fondamentale. Volevamo vincere quel Mondiale, ci eravamo preparati molto bene ed era una gara importante anche in ottica qualificazione olimpica. Venivamo già dall’oro europeo dell’anno precedente e avevamo battuto la Francia, che poi abbiamo ritrovato in finale. Il sostegno del pubblico è stato indescrivibile: non siamo abituati a gareggiare davanti a così tanta gente. Vincere in casa, in quel contesto, non è stato un caso.
A Parigi 2024, invece, non siete riusciti a ripetervi. Che cosa è successo?
Se guardiamo i numeri, nel triennio tra Tokyo e Parigi abbiamo conquistato un oro, un argento e un bronzo europeo, oltre a un oro e un argento mondiale. L’unica medaglia mancata è stata proprio quella olimpica. Ed è chiaro che fa male, perché è la gara che conta di più. Però nello sport può capitare di perdere un assalto per poche stoccate contro una squadra che quel giorno è particolarmente in forma. Non avevamo mai perso contro la Repubblica Ceca, ma alcune circostanze si sono incastrate in modo sfavorevole. Fa parte dello sport e bisogna accettarlo.
Avete però appena conquistato il titolo europeo a Tallinn.
Mi prendo la responsabilità di dire che è stato un dominio. Non avevo mai vinto una gara a squadre in maniera così netta. Alcune squadre molto forti sono uscite prima, altre le abbiamo battute con grande autorevolezza. Nello sport ci sono giornate in cui tutto funziona e altre in cui non va così. L’importante è sfruttare al massimo quelle in cui sei in forma. Abbiamo costruito un gruppo molto solido e il cambio del commissario tecnico sta dando i suoi frutti. È arrivato il primo titolo europeo dopo due edizioni e siamo molto soddisfatti.
Ora vi aspettano i Mondiali di Hong Kong. Come li affronterete?
Con lo stesso spirito con cui abbiamo affrontato l’Europeo: sappiamo di poter puntare al gradino più alto del podio. Nelle ultime due stagioni non ci eravamo ancora riusciti con la squadra, ma adesso abbiamo questa consapevolezza. Rispettiamo tutti gli avversari, ma non temiamo nessuno.
Per concludere: come vedi il futuro della spada italiana? Ci sono giovani pronti a raccogliere il testimone?
Assolutamente sì. Tolto me, che ho 33 anni, il resto della squadra è giovanissimo: Davide Di Veroli è del 2001, Mencarelli del 2003 e Galassi del 2005. Non vedo particolari problemi per il futuro. A livello internazionale il livello massimo non si è alzato tantissimo, però molte nazioni che prima non erano competitive stanno facendo emergere uno o due ottimi atleti, rendendo il panorama molto più equilibrato. Per quanto riguarda l’Italia, invece, credo che siamo messi molto bene: abbiamo appena vinto un Europeo con tre ragazzi giovanissimi che hanno tirato praticamente tutta la giornata, mentre io ho dato il mio contributo come staffettista. Direi quindi che il futuro della spada italiana è in ottime mani.
SEGUICI ANCHE SU: Instagram @oggisport | X OggiSportNotiz2 | Facebook @oggisportnotizie | Telegram OggiSportNotizie | Youtube @oggisportnotizie | Twitch OggiSportNotizie | Bluesky @oggisportnotizie.bsky.social | Threads @oggisport




