Serie A
Gianluca Mancini, il pilastro della Roma
Ci sono calciatori che misurano la propria carriera attraverso la matematica dei contratti e la somma degli ingaggi, cercando con frequenza cambi di maglia alla ricerca del miglior offerente o del trofeo più rapido da bacheca. E poi ci sono calciatori che scelgono un’altra via: quella dell’appartenenza e della fusione viscerale con un ambiente. Al punto da rinunciare al profitto personale in nome di un senso d’identità che non si può comprare sul mercato. Gianluca Mancini appartiene senza riserve a questa seconda categoria.
Nella Roma contemporanea, una squadra costantemente sospesa tra ambizioni di vertice e rifondazioni tattiche, figlie di pressioni ambientali quasi uniche al mondo, la figura di Mancini travalica da tempo il puro e semplice dato tecnico. È diventato una certezza emotiva e un baluardo di resistenza fisica e psicologica.
La conferma definitiva di questa dimensione simbolica è arrivata di recente attraverso le parole del suo procuratore, Giuseppe Riso. Un’esternazione sincera, quasi spiazzante nella sua veridicità e sicuramente poco apprezzata dall’ambiente giallorosso. Ma che racchiude l’essenza stessa del difensore toscano: «Mancini? Volevo portarlo via dalla Roma, volevo venderlo, avevamo offerte economicamente più importanti. Gli ho detto che è un pazzo, ma lui ha voluto restare a tutti i costi per amore della piazza».
Un’ammissione che sintetizza perfettamente la dicotomia tra il calcio moderno, dominato da procure e cinismo professionale, e la scelta controcorrente di un uomo che ha deciso di legare il proprio destino alla maglia che indossa da ormai sette anni.
La Roma è entrata nel cuore e nel sangue di Gianluca Mancini
Per comprendere appieno quella follia citata da Giuseppe Riso, bisogna ascoltare la voce diretta del protagonista. Quando Gianluca Mancini parla del suo rapporto con la Roma, le parole non scivolano mai nel cliché o nelle frasi fatte che abbondano nelle conferenze stampa post-partita. C’è un’intensità carnale nel modo in cui il difensore toscano descrive la sua esperienza nella capitale.
«La Roma mi è entrata dentro: nel cuore, nel sangue, nella testa. Quando indossi questa maglia, capisci che non è un lavoro come un altro. C’è una responsabilità profonda verso la gente che viene allo stadio, verso chi vive per questi colori».
È in questo passaggio che si nasconde la chiave di lettura del suo recente rinnovo contrattuale. In un’epoca in cui molti atleti utilizzano i rinnovi come strumento di pressione nei confronti della società, spesso per ottenere aumenti di ingaggio o clausole rescissorie vantaggiose per il prosieguo della loro carriera, Mancini ha fortemente voluto firmare a prescindere dalle sirene esterne, che lo volevano corteggiato dall’Inter campione d’Italia. Come dichiarato dal difensore stesso, il desiderio di prolungare è nato dalla volontà precisa e immediata di darsi continuità, di mettere radici ancora più profonde in una squadra e in una città in cui si sente a casa.
Una scelta che rende Gianluca Mancini una figura d’altro tempi, per cui il concetto di “progetto sportivo” non è legato a una mera combinazione quasi alchemica di stipendi e possibilità di vincere, quanto piuttosto alla possibilità di essere leader riconosciuto di un gruppo e di una tifoseria. In una Roma che ha salutato negli ultimi anni simboli storici e capitani iconici – in attesa quantomeno del rinnovo di Pellegrini, che pur non godendo dell’amore incondizionato dell’ambiente rientra sicuramente in questa definizione – l’eredità del “romanismo” e del senso di appartenenza è stata presa in carico anche da chi romanista non ci è nato, ma lo è diventato per scelta e per tempra.
Ritratto di un leader non convenzionale
Non è un caso che la figura di Mancini ispiri analisi che vanno oltre le lavagne tattiche. Esaminare il suo percorso significa addentrarsi in un vero e proprio ritratto di resistenza agonistica: Mancini non è il difensore elegante che ripulisce i palloni con grazia accademica, quanto piuttosto la sintesi di un calcio antico, fatto di duelli individuali, contatto fisico, letture preventive e una fame agonistica che a volte oltrepassa il limite, ma che non viene mai meno.
Il suo modo di stare in campo rappresenta una forma di reazione alla rassegnazione. Quando la squadra va in difficoltà e le giocate qualitative faticano a sgorgare, Mancini sale in cattedra. Lo fa alzando il baricentro, ingaggiando battaglie psicologiche con gli attaccanti avversari, ringhiando su ogni pallone vago e, non di rado, trasformandosi nel primo attaccante, sia sulle palle inattive (come dimostrano i suoi gol pesantissimi nei derby e, in passato, nelle notti europee) che come prima soluzione in fase di impostazione. Durante le due finali europee, in cui la tensione era palpabile, sono stati suoi gli assist per i gol giallorossi di Zaniolo a Tirana e di Dybala a Budapest: pur non essendo il suo lavoro principale, il numero 23 si è calato nella parte e ha trascinato i compagni.
È un calciatore che assorbe la pressione della piazza e la restituisce sotto forma di carica agonistica. Se per la critica neutrale il suo atteggiamento può apparire talvolta eccessivo, per la tifoseria romanista è la proiezione esatta dei propri sentimenti in campo: la voglia di non mollare di un centimetro, trasformando la sofferenza in energia, l’orgoglio di chi non si sente mai battuto in partenza.
La sua è una resistenza atletica e mentale. Ha giocato spezzoni di stagione con pubalgie, fasciature vistose e problemi articolari che ne avrebbero consigliato il riposo, tanto da spingere un tecnico del calibro di Mourinho a lodarlo pubblicamente perché «giocherebbe anche senza una gamba». Perché la sua risposta è sempre stata la presenza, anche a costo di giocare sul dolore. Una disponibilità al sacrificio incondizionato che trasforma un buon giocatore in un leader morale rispettato in primis dai propri compagni di spogliatoio.
Il valore tecnico, oltre che agonistico
Se la componente emotiva e caratteriale è preponderante, sarebbe tuttavia un errore banale ridurre Gianluca Mancini a una semplice figura animata dalla sola garra. L’importanza del numero 23 giallorosso riposa su basi tattiche ed evolutive di primissimo ordine.
Negli anni, Mancini ha dimostrato una notevole flessibilità tattica. Ha giocato da braccetto di destra in una difesa a tre, da centrale puro, da difensore puro in una linea a quattro e, all’occorrenza, persino da mediano metodista davanti alla difesa nei momenti di emergenza durante la prima stagione in giallorosso sotto la guida di Fonseca. La sua capacità di leggere l’anticipo e di accorciare in avanti spezzando le linee avversarie è una risorsa cruciale per qualsiasi allenatore intenda proporre un calcio moderno fondato sulla riaggressione, come per l’attuale tecnico giallorosso Gasperini, che fu il primo a credere nell’apporto di Mancini in Serie A ai tempi di Bergamo.
Dal punto di vista della costruzione dal basso, elemento ormai imprescindibile nel calcio contemporaneo, Mancini offre garanzie di prim’ordine. Possiede un lancio lungo accurato, con cui scavalca il centrocampo per pescare gli esterni o la punta centrale, oltre a essere dotato di una lucidità di impostazione che supera la media dei difensori centrali tradizionali.
Ma il suo contributo tecnico più importante risiede nella comunicazione difensiva. Mancini è il regista invisibile della retroguardia. Guida la salita dei compagni, chiama le marcature preventive e corregge i posizionamenti dei compagni più giovani, sia nel reparto che anche con un occhio ai centrocampisti. In una squadra che nel tempo è stata più volte vittima di blackout emotivi, la presenza di un centrale che mantenga altissima la tensione comunicativa per tutti i novanta minuti è un fattore che sposta gli equilibri tattici in maniera che non è misurabile dalle statistiche personali.
C’è chi sceglie di restare, contro il cinismo del mercato moderno
Tornando alle dichiarazioni di Giuseppe Riso, la parola “pazzo” meriterebbe una riflessione morale sul calcio di oggi. Nel glossario del procuratore moderno, rifiutare offerte economicamente superiori da club magari già strutturati per vincere subito, pur di rimanere in una piazza complessa come Roma, appare come una scelta irrazionale, quasi illogica.
Ma è proprio in questo cortocircuito tra logica aziendale e passione pura che si misura la grandezza di Gianluca Mancini. Per il difensore, la “follia” è diventata la forma più alta di lucidità. Guadagnare di più altrove avrebbe significato essere uno dei tanti, una pedina sostituibile in un ingranaggio miliardario. Restare a Roma, invece, significa continuare a costruire un’eredità storica e diventare un punto di riferimento per la memoria collettiva di una tifoseria e di una città.
In un’era in cui i tifosi fanno fatica ad affezionarsi ai propri beniamini a causa di trasferimenti continui e maglie cambiate con disinvoltura ad ogni sessione di mercato, Mancini offre un’ancora di salvezza al sentimento popolare. Dimostra che la maglia può ancora avere un peso specifico superiore al conto bancario. È un messaggio etico potente per tutto il movimento calcistico: i soldi comprano i cartellini, ma l’amore e la stima incondizionata di una tifoseria si guadagnano solo con la lealtà e con le scelte di vita.
Gianluca Mancini è e rimane un perno della difesa della Roma e, soprattutto, l’incarnazione dello spirito con cui la squadra e la città amano identificarsi. È il calciatore che si carica sulle spalle il peso del momento, che ci mette la faccia nelle sconfitte più brucianti ed esulta sotto la Curva Sud con la rabbia di chi sa cosa significa soffrire per quei colori.
Definendolo “pazzo”, Riso gli ha fatto il più grande dei complimenti: ha certificato che Mancini è immune al contagio dell’indifferenza professionale. La Roma è entrata nel suo sangue e, finché calpesterà l’erba dell’Olimpico, i tifosi sapranno che in campo c’è un uomo pronto a difendere quel simbolo e quei colori. Una certezza morale prima ancora che tecnica, destinata a lasciare un segno indelebile nella storia recente del club.
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