Champions League
PSG Bayern: tutto oro quello che luccica?
Tutti parlano di PSG contro Bayern. Diceva il grande Gianni Brera che la partita perfetta non ammette errori: finisce quindi 0-0. Se non si commettono errori, non si subiscono reti o, perlomeno, si riducono i rischi di subirne. Una logica che a qualcuno potrebbe apparire superficiale e desueta ma sicuramente fondata.
È innegabile che una gara senza segnature possa non di rado essere meno esaltante di una che termini 5-2 ma la medesima argomentazione potrebbe valere riguardo a un pareggio per 4-4 o per una vittoria con il minimo scarto. Affermare che lo 0-0 annoi sempre a morte significa peccare di “luogocomunismo”.
Non è scritto da nessuna parte che la partita “perfetta” debba risultare inevitabilmente noiosa. Non implica sempre un atteggiamento rinunciatario da parte di entrambi i contendenti. Chi volesse confutare la tesi di Brera sarebbe peraltro autorizzato ad obiettare che uno 0-0 possa essere frutto dell’insipienza degli attaccanti piuttosto che delle prodezze dei portieri o degli anticipi dei difensori.
Conseguentemente, anche il risultato a occhiali della partita “perfetta” potrebbe derivare da errori: si pensi al classico gol sbagliato a porta vuota. Ci sta. Ma anche questo è uno stereotipo. Non si intende svalutare la dimensione del gol, che costituisce la misura fondante e l’emozione più forte di una partita di calcio.
Tuttavia l’equazione gol = spettacolo non è sempre vera. Ora, seguendo tale impostazione, non si vuole mettere in discussione la spettacolarità della semifinale di andata di Champions League tra Paris Saint Germain e Bayern Monaco ma se analizzassimo dettagliatamente come sono nate le nove reti dell’incontro, ci accorgeremmo come non ve ne sia una che non sia stata in qualche modo agevolata da errori marchiani delle difese.
Persino il rigore del provvisorio vantaggio bavarese, realizzato da Kane, scaturisce da un brutto fallo ai danni di Luis Diaz. Innalzare a manifesto assoluto del bel calcio di oggi la partita del Parco dei Principi ha l’effetto di sminuire una delle basilari caratteristiche di una squadra: saper difendere efficacemente.
I presupposti di questo atteggiamento traggono la propria forza dall’affermazione di un gioco che non contempla più la marcatura, che pone in secondo piano l’importanza della fase difensiva, che vede il centrocampo all’esclusivo servizio della manovra offensiva. Esasperando tali concetti, si finirà per assistere a partite ricchissime di reti ma poverissime di tattica.
Il calcio non è il basket, non è il volley, non è il tennis. Sport bellissimi e nobilissimi, intendiamoci, ma fondati su logiche e su ritmi differenti. Un tempo, neppure troppo lontano, realizzare un gol non era facile, nonostante non mancassero i campioni, fuori e dentro i confini nazionali. La sfida tra francesi e tedeschi ha dato l’impressione che il pallone potesse finire oltre la linea di porta con estrema facilità. In un sussulto di “autorazzismo sportivo” c’è poi chi si è spinto a spiegare il fallimento del nostro calcio in campo internazionale stigmatizzando la nostra mentalità, che sarebbe eccessivamente retriva e speculativa rispetto allo spumeggiante approccio diffuso all’estero.
Le domande che forse dovremmo porci sarebbero invece, a parere di chi scrive, essenzialmente due: “non è che non sappiamo più difendere?”, “non è che abbiamo tradito il nostro Dna, squalificando quella solida tradizione difensiva che tanti allori ci ha fruttato in passato?”
di Luigi Manes
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