Motori
In ricordo di Ronnie Peterson: l’incidente che sconvolse e cambiò la F1
Questo weekend la Formula 1 fa tappa a Monza per il Gran Premio d’Italia, il tempio della velocità. Ogni anno, quando le monoposto tornano a sfrecciare tra i rettilinei del Parco, il pensiero corre inevitabilmente a una delle pagine più tragiche e indimenticabili della storia: l’incidente che, nel 1978, costò la vita a Ronnie Peterson. Un ricordo che non appartiene solo alla memoria degli appassionati, ma che continua a segnare profondamente l’identità stessa di questo sport.
Cosa accadde a Monza?
Peterson arrivava a Monza con la Lotus, reduce da una stagione che lo vedeva spesso all’ombra del compagno di squadra Mario Andretti. La sua Lotus 79 era fuori uso dopo un incidente nel warm-up e fu costretto a correre con la vecchia 78, più lenta e meno stabile. Alla partenza successe l’impensabile: metà schieramento scattò regolarmente, l’altra metà rimase attardata per via di un semaforo acceso troppo in fretta. Nella mischia alla prima variante, la vettura di Peterson venne sbalzata contro i guardrail e poi riportata al centro pista. Ne seguì un groviglio di macchine e fiamme, dal quale Ronnie uscì vivo ma con gravi fratture alle gambe.
La corsa contro il tempo proseguì in ospedale, al Niguarda di Milano, dove i medici decisero per un’operazione lunga e complessa. Il pilota svedese rimase lucido e, secondo alcuni, accettò l’intervento con la speranza di tornare presto in pista. Nella notte però le sue condizioni peggiorarono fino all’embolia che, l’11 settembre, lo strappò alla vita. La Formula 1 perse così uno dei suoi interpreti più puri, un uomo che non aveva mai conquistato un titolo ma che per stile e coraggio restava unico.
Le polemiche furono immediate: chi accusava Riccardo Patrese, chi James Hunt, chi il direttore di gara per una partenza confusa e pericolosa. Ma la verità è che Peterson pagò un prezzo altissimo a un sistema che, in quegli anni, stava ancora imparando a proteggere i suoi protagonisti.
Ronnie era un figlio del popolo, cresciuto in Svezia tra officine e sacrifici, e arrivato fino al vertice grazie al talento puro. Vinse dieci GP, conquistò l’affetto di colleghi come Villeneuve e lasciò un segno indelebile. Ancora oggi, quando si parla di “re senza corona”, il primo nome che viene in mente è il suo.
A Monza, tra i curvoni della Parabolica e il boato dei tifosi, il ricordo di Peterson continua a vivere. Non soltanto come leggenda del passato, ma come monito e ispirazione: perché il coraggio e la passione non muoiono mai.
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