Europa League
Il Milan e il suo perduto status europeo: perché la sconfitta col Benfica brucia più del dovuto
Maggio 2007: il Milan di Ancelotti alza sotto il cielo di Atene la sua settima Champions League, la quinta del ciclo targato Berlusconi. Da lì in poi, in Europa, cala il buio sui rossoneri. Passano anni di ricostruzione, di avvicendamenti societari e di stucchevoli piazzamenti fuori dalle coppe in campionato. Fino a quando, grazie all’asse dirigenziale Maldini-Massara, al contributo di Pioli e alla leadership magnetica di Ibrahimovic il Diavolo riemerge dalle macerie, conquistando prima il diciannovesimo Scudetto della propria storia e poi giungendo alle soglie della finale di Champions League del 2023, sfumata per il doppio ko con l’Inter.
Sembrano i germi di una rinascita, restano invece un’illusione utopistica. Da quel momento in poi il Milan collezionerà solo delusioni, specie sul suolo europeo, il terreno di caccia prediletto dai rossoneri. Ieri sera, il Diavolo tornava a riaffacciarsi all’Europa a distanza di 575 giorni dalla cocente eliminazione in Champions League per mano del Feyenoord. Il ritorno è stato a dir poco traumatico: uno 0-2 senza replica subito dal Benfica, terza forza dello scorso campionato portoghese, infarcito di riserve. Un Milan sbolognato e fischiato da un San Siro giudice supremo che, abituato ai fasti del passato, non digerisce il nuovo status europeo.
L’Europa League come scialuppa di salvataggio
Puntare l’indice contro il neo allenatore Amorim sarebbe ingeneroso. Il portoghese è appena atterrato a Milano e il suo è un progetto alle prime fasi di sperimentazione che necessita di pazienza e lavoro affinché possa produrre gli effetti sperati. Dal ko di ieri vengono alla luce, però, le crepe di una rosa con evidenti limiti strutturali e piuttosto raffazzonata. Nell’undici titolare di ieri sono partiti dall’inizio Terracciano, Musah, Chukwueze, fino all’anno scorso in prestito e ai margini del progetto, salvo poi essere ripescati per necessità da Amorim. Davanti c’era poi Hutchinson, al suo primo gettone in maglia rossonera, arrivato in prestito (con un eventuale riscatto esorbitante) sul gong di mercato per mettere una toppa all’addio di Leao.
Ebbene, le operazioni messe in fila denotano una mancanza di visione a lungo termine del Diavolo. Solamente Gila, Diego Moreira e Gonçalo Ramos, gli acquisti più costosi dell’ultima campagna di mercato rossonera, dovrebbero rappresentare i punti fermi da cui ripartire anziché finire già sul banco degli imputati. Ieri sera, solo il portoghese è partito titolare in una gara approcciata con troppa sufficienza dal Milan. Un ko che di certo non pregiudica un percorso ancora lungo ma che deve servire da monito. Snobbare l’Europa League, d’altra parte, sarebbe un errore colossale per il Diavolo. La vittoria della competizione garantirebbe l’accesso automatico in Champions League e impreziosirebbe la bacheca di un trofeo che il Milan non hai mai vinto nella propria gloriosa storia.
Quest’anno, poi, gli uomini di Amorim, alla vigilia, erano nel lotto delle favorite. Insieme alla Juventus, i rossoneri sono la squadra di più alto blasone nel torneo. Le inglesi Sunderland, Boornemouth e Crystal Palace o le spagnole Real Sociedad e Celta Vigo non possono e non devono spaventare anche un Milan senza campioni. Dall’altro lato, solo un buon cammino in Europa League potrebbe restituire quella dimensione europea che il Diavolo sembra ormai aver smarrito.
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