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Cronaca & Spettacolo

La fine dell’estate e le impressioni di settembre

Buon mese di settembre

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fine estate
foto Alessandra Bucci

Ho scoperto che la malinconia di fine estate ha un nome ben preciso, si chiama August Blues. È caratterizzata da un pot pourri di sentimenti e sensazioni: lieve tristezza, malinconia, senso di perdita che ci fanno sentire sottotono, senza entusiasmo e voglia di fare, quasi indolenti. Sono tante anche le persone che l’associano ad un diminuito livello di energia, stanchezza eccessiva, sonnolenza ed eccessiva voglia di mangiare.

La fine di agosto può essere paragonata alla domenica sera che ci prepara al mese di settembre, un lungo lunedì che ci rimette in riga, e, come tale, si porta dietro la stessa triste sensazione che accompagna le ore serali dell’ultimo giorno della settimana.

Quello stato d’animo intriso di leggerezza e di spensieratezza che caratterizza l’estate, più di ogni altra stagione, lascia spazio al senso del dovere che ci riporta alla realtà, che ci rimette in moto presto rapiti dall’ingranaggio, a volte vorticoso, della quotidianità.

C’è chi ne soffre in maniera pesante, chi invece la vive come un momento passeggero che non genera gravi malesseri e chi, infine, non la sente affatto. Mi sono sempre chiesta da cosa dipenda tutto questo è la risposta che mi sono data è che tutto sia legato ai colori e alla stagione che ci portiamo dentro. Io, ad esempio, pur essendo una persona molto solare all’apparenza, mi isolo spesso anche fra la gente, sono, per natura, profondamente malinconica e mi servo dei colori dell’estate per addolcire le mie intime sfumature interiori già “troppe autunnali”.

La stagione delle foglie morte mi tormenta perché esalta quello che già di profondamente autunnale vive in me. Amo l’estate, non come donna frivola che pensa al divertimento (anzi sono molto mattiniera e spesso la sera mi addormento presto anche se poi nel cuore della notte mi sveglio e magari mi metto a scrivere) me ne servo come persona profonda che cerca spazi azzurri su cui far librare la fantasia e prati verdi su cui coltivare parole. Ora che l’estate si avvia al termine la malinconia crescerà a dismisura e diluire certi cupi colori diventerà molto difficile.

Dovremmo imparare, almeno dovrebbero farlo tutti quelli che come me soffrono di questa che potremmo chiamare quasi una patologia, a considerare questo periodo come un momento di passaggio, di sospensione, di consapevolezza, uno stato d’animo positivo, utile, che consente di adattarci gradualmente al cambiamento proprio come quando, da ragazzini, prima di ricominciare la scuola, cominciavamo a comprare diari, astucci, penne e quadernoni: ci si preparava in tal modo, anche psicologicamente, cercando però di continuare a godere fino in fondo degli ultimi accenni dell’amata estate.

Potrebbe essere questo il periodo giusto per rivedere il film “Stand by Me”, tratto dal racconto “The Body” di Stephen King del 1986. Questo film, un perfetto connubio tra avventura e sentimento, è ambientato durante l’estate del 1959 e racconta, attraverso la voce di uno dei protagonisti divenuti ormai adulto, le vicissitudini di quattro ragazzini in viaggio alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo scomparso. La storia analizza, in particolare, il complesso passaggio dei protagonisti dalla giovinezza alla maturità, momento che può essere benissimo inteso anche come metafora del passaggio dall’estate all’autunno. Un bellissimo film sull’amicizia e sull’adolescenza, intriso di malinconia e nostalgia dove l’obiettivo da raggiungere è solo un pretesto che porterà i ragazzi verso un cambiamento che avverrà proprio durante il viaggio.

A chi ama questa sensazione di dolce e malinconico torpore, per esaltare questi momenti che al contrario di ciò che provocano in me per alcune persone risultano davvero piacevoli, consiglio la canzone “Impressioni di settembre” della PFM magari ascoltata mentre si è affacciati alla finestra di primo mattino, pensando a tutte quelle cose che ci aspettano a settembre e che in estate rimandiamo sempre proprio dopo la fine di agosto, perché, come recita la canzone in chiusura, “intanto il sole tra la nebbia spunta già, un giorno come sempre sarà”.

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