Serie A
La Roma a Como per combattere i propri tabù
La ripresa del campionato dopo la sosta per le nazionali si preannuncia come uno dei passaggi più delicati del girone d’andata per la Roma di Gian Piero Gasperini: la prima delle sfide porrà i giallorossi di fronte al Como di Cesc Fàbregas. La trasferta dello stadio Giuseppe Sinigaglia è un banco di prova tattico contro una delle realtà più fluide ed entusiasmanti della Serie A, ma soprattutto uno sfida nella sfida, che si intreccia con tre storiche vulnerabilità che l’ambiente giallorosso conosce fin troppo bene: la cronica sindrome degli scontri diretti, una tradizione amara sul campo del Como e il ricorrente scotto pagato al rientro dalle finestre internazionali.
La maledizione del Sinigaglia: da quanto tempo la Roma non vince a Como?
Il fascino dello stadio affacciato sul lago nasconde insidie profonde per la storia della Roma. Nonostante il dislivello economico, tecnico e di blasone che ha spesso separato i due club nei decenni, il campo dei lariani si è rivelato a più riprese un vero e proprio tabù. Per ritrovare l’ultima vittoria della Roma in casa del Como bisogna risalire addirittura alla stagione 1988-89. Era il 30 aprile 1989 quando la squadra allenata da Nils Liedholm riuscì a imporsi per 0-1 grazie al gol di Lionello Manfredonia.
Da quel successo risalente addirittura agli anni ’80, i successivi incroci sul Lario hanno riservato solo delusioni e sconfitte maturate nei minuti finali, come il 2-0 del gennaio 2003 (gol di Music e Carbone) che frenò la Roma di Fabio Capello, o i passi falsi recenti nel nuovo corso comasco guidato da Fàbregas, dove la Roma ha faticato immensamente a imporre il proprio ritmo e la propria superiorità tecnica contro l’organizzazione e la qualità dei padroni di casa.
Il nodo degli scontri diretti e delle sfide ad alta quota
Un altro spettro che la squadra di Gasperini deve scacciare riguarda la continuità nei match ad alto coefficiente di difficoltà. Negli ultimi anni, seppur parzialmente contraddetta dalle recenti uscite di questo avvio di stagione, la Roma ha dimostrato una marcata incostanza nei big match e nelle sfide contro avversari organizzati che giocano a viso aperto.
Se contro squadre di seconda fascia la fisicità, la qualità dei singoli e l’intensità del sistema gasperiniano permettono spesso di dilagare, quando il livello dell’avversario si alza o quando ci si trova di fronte a compagini ben strutturate nella gestione del possesso come il Como, la Roma tende a evidenziare crepe strutturali. Un problema che preesiste rispetto all’approdo nella capitale del tecnico piemontese, come dimostrano gli score registrati anche dai suoi predecessori.
Con un Como stabilmente posizionato nella parte alta della classifica e capace di fare male a chiunque tra le mura amiche, la sfida di domani assume il valore di uno scontro diretto a tutti gli effetti per le ambizioni europee della Roma.
Il fattore “sosta per le nazionali”
Al momento della sosta, la Roma si trovava in un’ottima condizione fisica e atletica, situazione messa a repentaglio dall’impiego nelle varie selezioni di diversi giocatori della prima squadra, con tre di loro (Soulé, Castro e Balerdi) reduci addirittura da una trasvolata oceanica.
A preoccupare è lo storico: nello scorso campionato, la Roma è stata sconfitta in tre delle quattro partite successive alla sosta per le nazionali, con uno score di 3 punti totali. Nel campionato precedente, la situazione fu addirittura peggiore: tre soste per le nazionali, appena un punto, quello a Marassi che ha portato all’esonero di De Rossi. Una capacità di riconnettersi che preoccupa, di fronte a un’avversaria di alto livello come il Como: riusciranno, i giallorossi, a mostrare una maturità diversa e consolidare le proprie ambizioni ai piani alti della Serie A, magari anche contro la cabala. A domani per una risposta compiuta.
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